Intermezzo con appuntamento galante al Lancia

Lei stava ansimando, e anche lui.

Lei era seduta sul lavandino. Lui in piedi, tra le gambe di lei. Si muovevano piano, e ogni gesto era scandito da un gemito di lei.

I vestiti di lei erano da montagna. I capelli castani, ribelli, le scendevano lunghi sulle spalle. Le sopracciglia folte, non curate, le davano una bellezza naturale. Era vestita da montagna, per quel poco che aveva ancora addosso. Ma non con abiti tecnici: piuttosto vestiti vecchi, quasi vintage, anche se di buona qualità.

Lui invece era bruno, con i capelli ricci e la barba non rasata da almeno tre giorni. Forse un poco più basso di lei. Lui aveva un fisico asciutto; lei era un poco più in carne.

I vestiti di lui, però, erano tutta un’altra storia. Da militare. Verde-grigi. Nuovi, ma dal taglio antico. Sembrava un soldato della Prima guerra mondiale.

Si sentì bussare alla porta proprio nel momento migliore.

“C’è qualcuno?” chiese una voce da fuori.

“Occupato,” disse lei a voce alta. “Faccio la doccia, usa l’altro,” proseguì, sempre lei, mentre gli accarezzava la guancia.

“Veronica ti aspettiamo in sala da pranzo” proseguì la voce da fuori la porta. “Dove diavolo è Ruggero” proseguì la voce. “Sarà pure piccolo sto rifugio ma non si trova mai un cazzo di nessuno” proseguì la stessa. voce” intanto che i suoi passi si allontanavano.

“Dobbiamo andare,” si dissero entrambi, appoggiando la fronte l’uno all’altra.

Pochi minuti dopo erano seduti davanti a un piatto di polenta con formaggio e a un bicchiere di vino rosso, nella sala da pranzo del Rifugio Vincenzo Lancia, sul Pasubio. Si guardavano sorridendo. Le gote di lei erano ancora rosse. Lui sorrideva a sua volta, ma con negli occhi qualche pensiero in più. Fuori, dalle finestre, entravano raggi di sole che lasciavano presagire una giornata meravigliosa.

“Sai che non potrò mai abituarmi a tutto questo?” disse lui.

“A cosa?” chiese lei, mentre infilava il formaggio nella polenta per farlo sciogliere.

“A questo,” disse lui, facendo un largo cenno con il braccio verso i commensali che chiacchieravano allegramente. Uomini, donne, bambini. Solo alcuni vestiti normalmente; seduti ai tavoli c’erano anche diverse persone in uniforme della Prima guerra mondiale. Quasi tutte uniformi dell’esercito imperiale austro-ungarico.

A vederla da fuori, si sarebbe potuto pensare a un pranzo sociale per festeggiare la fine di una rievocazione. Il problema era che i fucili erano tutti veri. E i soldati avevano il volto ricoperto di polvere; in alcuni casi, di terra.

Al tavolo dei due si sedette un terzo uomo, anziano, con i baffoni bianchi e una camicia a quadretti. Aveva spalle larghe.

Gettò sul tavolo alcuni fogli. “È ufficiale. L’abbiamo intercettato. Cercheranno di ammazzare Cesare Battisti prima che venga catturato, nei prossimi giorni.”.

“Oggi che giorno è?” Chiese lui.

“L’8 luglio 2026 rispose il rifugista”

“Quando dovrebbe essere catturato?” rincalzò.

“Non lo so esattamente” rispose lei. “Aspetta che guardo sul cellulare”. I tre rimasero fermi per alcuni secondi. In attesa. “Ecco… La notte dell’10 luglio”. Abbiamo nemmeno due giorni.

“Ma siamo sicuri che sia l’obiettivo?”. Siamo sicuri di sì. La talpa interna alla commissione di solito è molto precisa.

“Poi vai a sapere perché vogliono ammazzare o far cambiare idea a una persona piuttosto che a un’altra. A volte non capisco la logica. A parte i nomi sulle scuole medie di mezza Italia perché sto Battisti è così importante?” chiese in modo retorico Veronica.

“Non si è mai capito fino in fondo” rispose Paolo, il rifugista. Quello che è certo è che quasi sempre si tratta di persone che hanno fortemente sperato e provato a cambiare le cose”.

“Salviamolo” disse Ruggero appoggiando con forza il bicchiere sul tavolo.

Il piano geniale

Lei guardò i due con fare serio: il tempo è poco, siamo dall’altra parte delle linee nemiche. Dobbiamo riuscire ad attraversarle. Oppure potrei andare al Fraccaroli che è sul lato italiano. Ma non conosco nessuno da quella parte.

Oggi è l’otto luglio. “Quand’è che verrà catturato?” chiese Ruggero. “Durante la notte del 10 luglio” risposero Veronica e il rifugista, Paolo.

C’è tempo insomma.

Per fortuna c’è tempo.

Ma poi qualcuno è mai riuscito a capire perché scelgono queste persone?

alessandro giovanazzi

Trentino di Nascita. Milanese e monzese d’adozione. Storico per passione. Esperto di digitale per necessità. Camminatore per elezione.

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