Il cielo seminato di stelle
Antonio era ormai un piccolo punto congelato in un mare di neve. Mai si era visto un cielo così terso. Le stelle divampavano nel cielo come fuochi d’artificio congelati.
I suoi scarponi erano rigidi e freddi; il rischio che i chiodi che tenevano insieme la suola si staccassero era concreto.
Ma non poteva attardarsi.
Camminava piano, cercando di evitare che i piedi si piantassero troppo in profondità nella neve fino a incastrarsi. Se la suola si fosse staccata avrebbe rischiato il piede, o persino la vita. E doveva proseguire.
La consegna di quel foglio di carta… Ne andava della sua stessa esistenza.
Antonio era un Kaiserjäger italiano di sua maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe. Parlava italiano. Amava il cibo italiano. Si sentiva italiano. Ma per qualche strano sghiribizzo della storia era nato in Trentino, suddito dell’Impero austro-ungarico e combatteva contro persone che parlavano la sua stessa lingua.
Aveva una missione importante da svolgere quella notte.
Riuscire a consegnare quella lettera era di fondamentale importanza. Ne andava del destino della sua famiglia. E del destino di molti.
Intanto camminava. Ogni respiro era un nuvolone di vapore che tradiva l’incredibile freddo che tutto sembrava inondare.
Era partito da Pederü, nel Sud Tirolo, ormai con il buio, salendo per una cengia ripida e scoscesa.
La strada zigzagava ripida con tornanti secchi e ripidi. Le curve parevano costruite col ghiaccio. Se fosse scivolato sarebbe quasi certamente crollato dalla curva fino a valle.
“Spero di non morire ammazzato proprio all’inizio” disse fra sé e sé.
Si era messo i ramponi, rubati temporaneamente a un commilitone.
Gli stavano salvando la vita.
Sotto di sé vedeva, sul limitare della splendida vallata di Marebbe, non lontano dalla val Pusteria, quello che era il gigantesco comando austriaco.
Di notte era tutto illuminato e faceva da contraltare con lo spruzzo di stelle sopra di sé. Nel buio le luci illuminate a petrolio e con il generatore parevano pure belle e nascondevano perfettamente il putrido odore di nafta e residui umani lasciati a bordo degli accampamenti.
Nel frattempo incessante percuoteva l’aria, come un fremito, il lontano rombo dei cannoni. L’artiglieria italiana non si fermava mai. Mai.
“Chissà come se la passano quei poveri disgraziati in prima linea” pensò. E non aveva in mente nessuna bandiera particolare.
Antonio era uno dei pochi madrelingua italiani sul lato austriaco del confine. Uno fra i più insanguinati del fronte di guerra italo-austriaco nel 15-18. Tutti i suoi compaesani erano stati mandati in Serbia; per evitare che potessero ribellarsi o disertare al nemico. Ma lui no. Era un artigliere troppo competente e spesso veniva coinvolto per decifrare i messaggi italiani.
I colpi rimbombavano incessanti.
Lontani.
Abbastanza?
Da Pederü si dipartivano diverse teleferiche, una verso l’Alpe di Fanes e l’altra verso il Sennes, dov’era diretto a piedi.
Quella valle chiusa da muraglioni di pietra rosa e alberi era come una fortezza inespugnabile.
Nessun osservatore italiano avrebbe mai potuto guidare il tiro dell’artiglieria dalle lontane linee del fronte. Ma un tiro a caso avrebbe potuto pur sempre ammazzarlo, com’era successo pochi giorni prima a quel povero disgraziato del Toni.
Ma doveva anche stare in silenzio.
Non era in missione.
Era fuori dall’accampamento senza aver ricevuto un ordine ufficiale. Il rischio di venire sorpreso era alto.
Ancora di più. Il rischio che lo prendessero per aspirante disertore era concreto così com’era concreta la luce della luna che irradiava il grande candido altipiano verso cui si stava dirigendo. Praticamente un bersaglio.
Si rimise in cammino. Salendo la ripida cengia circondata da poderose rocce.
Arrivando in cima alla ripida salita, dopo innumerevoli tornanti, prese a camminare, sempre nella neve, fino ad arrivare a un incantevole paesino tutto di legno, costruito giusto a ridosso della discesa a valle. Si trattava di Fodara Vedla. Da una parte si dispiegava un grande altipiano.
Dall’altra si poteva tornare giù, attraverso il vertiginoso canalone. Antonio era tutto un sudore, nonostante il freddo.
Tra le finestre del grazioso paesino, poteva intravedere luce e calore, persone, soldati a riposo. Ma anche pericolo. Non doveva essere lì. La lettera nella tasca era troppo preziosa. E il tempo stringeva. La stropicciò diverse volte per assicurarsi di non averla persa.
Intanto piano piano risaliva nella neve profonda, ma calpestata da numerose tracce.
Finché non senti un crack e si voltò di scatto.
Si trattava di un commilitone. Il Suo profilo scuro si stagliava di fronte a una neve che lasciava riverberare tutta la splendida luce della luna. Il fucile era spianato. Proferì una voce diretta e spaventata, ma anche guardinga e pericolosa. Una mossa falsa e il colpo sarebbe partito quasi certamente.
Il soldato, a poche decine di metri, parlò in una lingua ruvida che Antonio non comprese. Di sicuro non era tedesco. Non era nemmeno un dialetto che potesse assomigliare al ladino o al tirolese. Forse croato.
L’uomo era più spaventato che altro: gli occhi grandi, le mani rigide, le labbra che tremavano senza che il freddo bastasse a spiegare quel tremore. I passi erano incerti. Ma la canna puntava dritto al petto di Antonio.
Perché Antonio era fuori dal suo accampamento senza ordini precisi. E perché, in quella retrovia essere un madrelingua italiano con un accento italiano spiccicato non era solo un dettaglio: era una condanna a morte.
Il commilitone fece un gesto con la canna del fucile verso di lui, come a dire: fermo. O forse: chi sei. O forse ancora: cosa ci fai qui.
Si fermò. Inspirò piano.
“Non… capisco,” disse Antonio, e fu già troppo.
Scoperto.
L’uomo lo fissò, esitò, poi si spostò di lato come se aprisse un passaggio. Gli indicò di dirigersi vero l’accampamento di Fodara Vedla.
Era in trappola.
Camminarono nella neve fino all’abitato. Sotto una tettoia bassa di legno scuro, nonostante il freddo, c’erano altri due soldati. Fucili già alzati, guanti sporchi, la faccia dura di chi ha sonno, noia, fame e rabbia nello stesso posto.
Antonio sentì il sangue scendere nello stomaco. Le labbra screpolate. Gli zigomi gonfi.
Aveva la lettera nella tasca interna del pastrano.
Uno dei due soldati avanzò e gli strappò il bavero. Gli parlò in tedesco, brusco. Antonio capì solo una parola: Papiere.
Fu allora che si aprì la porta e ne uscì un ufficiale.
Portava il cappotto lungo, il colletto tirato su. Aveva il volto magro e segnato, ma gli occhi… gli occhi erano una cosa a parte: chiari, lucidi, calmi, freddi. “Chi sei?” chiese. Stavolta in italiano. Un italiano quasi perfetto, senza inflessione.
L’immagine, generata con l’AI, non rappresenta fedelmente il vestiario tipico della prima guerra mondiale
Antonio sentì la terra mancargli sotto i piedi. “Sono…” Antonio deglutì. “Sono un Kaiserjäger. Artiglieria. Mi hanno mandato…”
“Ti hanno mandato dove?” disse l’uomo, con finta noncuranza, mentre sistemava i guanti.
“A Pederü,” disse. “Dal comando. Ho… un messaggio. Faccio l’artigliere. So fare le traduzioni dei messaggi del nemico”
L’uomo fece un mezzo sorriso. “Non la si fa tanto facilmente al vecchio Mitschek”. Rincarò: “Tutti pensano che Mitschek sia uno stupido”. “Mi credi stupido?!” urlò con trattenuta forza. Proseguì “Un messaggio. Del nemico? Ma tu sei il nemico. E sei qui, a Fodara Vedla, senza scorta. Senza ordine scritto. Senza nulla. Parli italiano. In piena notte.” “Dove stai andando davvero?” chiese.
“Sto… risalendo. Vado là. Al Sennes.” rispose Antonio.
Quando pronunciò quel nome, l’uomo alzò le sopracciglia. E Antonio lo notò come si nota un lampo nel buio.
“Il Sennes,” ripeté l’uomo. “E perché? Che cerchi al Sennes?”
Antonio rimase senza respiro. Non era più un semplice controllo. Quell’uomo non cercava un disertore qualunque. Cercava una cosa. Cercava qualcuno. O cercava un posto.
“Non lo so,” mentì Antonio, e fu una menzogna facile a essere svelata. “Mi hanno detto di salire e consegnare. Non mi hanno spiegato altro.”
L’uomo fece un cenno sbrigativo a uno dei soldati.
“Perquisiscilo”
Due mani gli frugarono addosso. Una scivolò vicino al petto. Antonio irrigidì le spalle.
La lettera.
Il soldato arrivò a pochi millimetri dalla carta, la sfiorò, ma non la raggiunse.
“Nulla”.
“Non sei nessuno,” disse l’uomo con tono freddo, mentre spostava incurante della neve sula soglia della porta illuminata dall’interno.
“Un italiano dell’impero. Feccia. Un soldatino che si crede furbo. E che stanotte ha scelto di farsi scoprire.”
Antonio aprì la bocca per rispondere, ma non uscì niente.
“E sai qual è il problema?” continuò l’uomo. “Che io non posso permettere che qualcuno vada là”
Antonio si rese conto che aveva detto là. Non aveva detto “al Sennes”. Aveva proprio detto “là”. “Non so nulla,” ripeté Antonio, più piano.
Il tenente si voltò verso i soldati e diede un ordine breve, secco. In tedesco.
Antonio capì la parola che contava anche senza conoscerla: Esecuzione. Lo trascinarono fuori. Verso un cumulo di neve illuminato dal bagliore delle finestre del paesino. Vide tanti volti guardarlo dalle baracche.
I due uomini, con fare sbrigativo e senza interesse, cominciarono a prepararsi per il colpo.
Antonio sentì un sapore metallico in bocca. La gola gli si chiuse. Si accorse che stava pregando.
Non pregava da anni. Non così. Ma le parole vennero fuori da sole, senza forma: un “Dio mio” sussurrato, un “non ancora”, un “ti prego”, come se Dio potesse fare qualcosa in quel momento senza speranza. All’ultimo.
Alzò gli occhi.
Il cielo era ancora quello di prima: un mare di stelle gelate. Brillanti.
E fu allora che, riabbassando lo sguardo, la vide.
Una volpe.
Non un’ombra. Una volpe vera, col pelo rosso sporco di neve, gli occhi neri lucidi, ferma a pochi metri da un albero in ombra. Solo lui poteva vederla da quell’angolazione.
Lo guardava. E non si muoveva.
Non aveva paura dei fucili. Non aveva paura degli uomini. Non temeva di essere vista. Stava lì. Ferma.
Intanto il plotone era ormai pronto e le cicche di sigaretta venivano buttate nella neve.
“Non ancora”, sperò Antonio.
E gli venne quasi da ridere per quanto era assurdo pensarlo, lì, con la schiena contro la neve, i fucili spianati davanti e la morte davanti.
“Zielen!!” urlò uno dei soldati.
Antonio chiuse gli occhi. Non era pronto. Non lo sarebbe mai stato.
E proprio in quell’istante arrivò un fischio.
Non un fischio. Un sibilo violento.
E fu solo caos, rumore, fuoco, neve e fango.
Un immenso proietto a lunga gittata italiano era arrivato fin lì da chissà dove. Un colpo impossibile, di grande calibro, sparato alla cieca. Centrò la baracca alle spalle del plotone di esecuzione. I soldati di fronte ad Antonio furono letteralmente vaporizzati. Non ne rimase nulla. Le baracche più vicine vennero semplicemente sconquassate dall’impatto. Lo stesso Antonio si ritrovò schiacchiato con forza contro la neve, che attutì l’impatto. Ma non impedì che un fischio continuo, persistente, violento, gli riempisse orecchie e cervello.
“Einschlag!” gridò disperatamente qualcuno.
Antonio non aspettò. Il corpo scosso e stordito si mosse prima ancora che la mente avesse messo a fuoco quant’era successo. Si spinse, scivolò, si liberò. Corse. Si accorse di stare perdendo sangue. Proseguì. Il suo volto e le sue guance erano riempite da micro schegge di legno che prudevano man mano che riprendeva coscienza del suo corpo e l’arenalina lasciava spazio alle sensazioni.
Si buttò dietro un cumulo di neve, poi tra due case, poi oltre il limite del paese, dove l’altipiano cominciava a risalire piano, per chilometri, verso la Croda del Becco.
Dietro, urla. Comandi. Qualcuno accendeva lanterne. Qualcuno correva. Vide luci accendersi in ogni dove, vicine e lontane. L’intera retrovia si stava svegliando.
“Fermati!” gridò una voce. E Antonio riconobbe quell’italiano senza accento.
Il tenente Mitschek.
Antonio imboccò il sentiero per il Sennes. Lo conosceva solo avendo visto le mappe sui muri delle baracche. Ma bastava. Il Sennes era vicino. O almeno, ci sperava.
Sentì partire alcuni colpi di fucile fin troppo vicini. Uno gli strappò un pezzo di stoffa dal cappotto. Un altro colpì una roccia e fece saltare scintille di fronte a sé.
Scartò a destra e a sinistra. Affondando pesantemente i piedi nella neve, ogni qualvolta usciva dal tracciato segnato a malapena dal lume lunare. Non seppe per quanto continuò a correre inseguito, forse minuti, forse secondi, forse ore; ma sentiva che muscoli, cuore e polmoni gli facevano male. Urla provenivano da diversi punti della vallata.
E poi, mentre alzava la testa nella corsa, lo vide.
Il globo.
Una bolla dorata, semitrasparente, enorme. Rifletteva la sua luce sulla neve intorno. Dentro si stagliava chiara la sagoma di un edificio a tre piani di pietra e legno. Un rifugio. Il rifugio.
Prese le ultime energie e pezzi di polmone e corse. Corse come il vento fra gli alberi. Sentiva la speranza di farcela.
Ma sentì una mano agguantargli il bavero dietro il collo e cadde rovinosamente indietro nella neve. Si girò e si trovo in pochi secondi con Mitschek appollaiato con le ginocchia sul suo petto. Il tenente gli mese con sicurezza le due due mani attorno alla gola. Intanto sentiva la testa sprofondare sempre più a fondo nella neve.
“Dove credi di andare?” sibilò.
Antonio annaspò. Cercò aria. Il globo dorato era a poche decine di metri. “La lettera”, pensò. “La missione”. E poi, “la mia famiglia”. E mentre vedeva la luce diminuire secondo dopo secondo, si disse: “non ancora”.
Prese l’ultimo barlume di energia rimasta. Con uno strattone disperato riuscì a infilare la mano nella tasca laterale, dove teneva un coltello corto da campo. Lo tirò fuori senza vederlo. Serrò i denti in modo disumano e colpì. Puntò al volto del suo nemico.
Sentì la lama incontrare la pelle della guancia del suo nemico. Sentì un gemito. Mitschek indietreggiò, le mani sul volto, col sangue che gli colava tra le dita e sugli occhi. Si dimenava digrignante come un cane rabbioso.
Antonio si rialzò, poteva provare a finirlo. Ma invece si girò e fece l’ultimo scatto.
La barriera dorata era davanti a lui.
La attraversò.
E…
…sparì.
O almeno, sparì per Mitschek.
Antonio si voltò.
Mitschek era lì. A pochi centimetri dalla barriera. Cercava di guardare pulendosi gli occhi, furioso. Ma i suoi occhi… non erano puntati su Antonio. Erano persi. Confusi. Come se davanti a lui ci fosse solo neve. E la valletta di fronte a lui
E, cosa ancora più strana, sembrava non vedere nemmeno il rifugio. Nemmeno il globo dorato.
Arrivarono altri soldati. Uno cercò di prestare le prime cure. Si fermarono nello stesso punto. Guardavano. Urlavano. Ma era come se guardassero nel vuoto.
Mitschek, con la faccia sfregiata, urlò con tutta la forza che aveva:
“Ti troverò!”
Antonio lo guardò da pochi centimetri di distanza, protetto da questa strana barriera dorata che pareva nascondere tutto quello che conteneva al mondo. Mitschek avanzò… e si arrestò contro il niente. Come davanti a una parete d’aria.
Antonio intanto vide in lontananza una coda arancione scomparire tra i mughi ricoperti di neve. Rimase con lo sguardo pensoso, fece un rapido “mmh” e si incamminò verso l’invisibile Rifugio Sennes.
E mentre camminava, ancora ansimante e dolorante. Cominciò a vedere le solite cose a cui non riusciva ancora ad abituarsi. Scritte in italiano e in tedesco. Una campanella giusto fuori la porta da poter suonare. Degli strani mezzi futuristici con i cingoli parcheggiati.
Passò davanti a finestre illuminate. Dentro c’erano soldati. Sì. Ma non solo.
Vide soldati italiani e austriaci insieme, seduti allo stesso tavolo, sorridenti, come se la guerra fosse finita con una bevuta. Ma vide anche persone con vestiti mai visti: giacche rosse di tessuti perfetti, senza rattoppi, senza macchie. Occhiali luccicanti, lenti pulite, montature leggere come un’idea. Inoltre vide quelle strane placche nere rettangolari, con uno schermo cangiante, utilizzate continuamente dai Successori, ovvero dagli uomini del futuro.
Fuori, appoggiati a una parete, c’erano sci. Ma non di legno. Di un materiale che Antonio aveva sentito nominare una volta, in modo vago, come una follia: plastica.
Entrò.
E venne investito da un profumo che gli fece girare la testa: polenta, carne, crauti, torta. Calore. Un odore così umano che per un secondo gli venne da piangere. Una voce corse verso di lui.
“È arrivato Antonio!” Era una ragazza. E lo disse come se lo conoscesse da sempre. “Sapevamo che ce l’avresti fatta!” continuò, e gli afferrò le spalle con forza, come per assicurarsi che fosse davvero lì.
Antonio provò a parlare, ma non trovò parole. Le gote gli dolevano, le gambe e i polmoni pure. Sentiva ancora i frammenti di scheggia sotto pelle. Stringeva ancora la lettera. La mano gli tremava. Ma sentiva un grande tepore umano invaderlo.
E in quel tremore, la carta scivolò. Cadde a terra.
La ragazza si chinò, raccolse il foglio e lo aprì con cura. Poi lesse ad alta voce, lentamente.
“A passi lenti facevo il mio giro osservando il cielo seminato di stelle, fra le quali quelle conosciute nei nostri paesi e dicevo, fra me stesso: voi o stelle che vedete il mio paese natio portate un saluto a mia moglie e ai teneri miei figli da queste terre straniere e ditegli che a quest’ora sono qua che vi guardo.”
Quando finì, alzò gli occhi e guardò Antonio. Si era fatta seria ed emozionata.
“È lei, finalmente me la ricordo,” disse.
“La ricordò!” esclamò di nuovo.
Fece un gesto verso l’interno, verso il calore, verso la luce, verso quella sala da pranzo assurda in cui austriaci e italiani potevano sedersi allo stesso tavolo. “Ci sono ancora tante cose che dobbiamo dirci,” continuò, e la voce le tremava per l’urgenza. “E tanto da fare. Tanto su cui ti devo aggiornare.”
Si avvicinò, come se volesse dirgli un segreto. “In molti ce la stanno facendo”, disse. “Molti più di quanto immagini”. Vieni che dovete parlarvi.
Antonio, ancora senza fiato, guardò la sala. Guardò le facce. Guardò il fuoco.
E capì una cosa sola, chiarissima:
Era solo l’inizio.