2. Il Maestro e Margherita sul Pasubio

L’immagine è generata con l’AI e non è storicamente accurata

Kolschak stava bevendo seduto al tavolino di una sala da tè. Si muoveva calmo. Attorno a lui nella sala c’erano poche persone. Il cameriere, vestito di nero e di bianco, si muoveva agilmente tra i tavoli.

Tutto il locale era coperto di legno scuro: pareti, sedie, tavoli. Un voltone bianco con semplici righe azzurre segnava il contrasto di un ambiente serio ma curato. In molti sensi, ospitale. Una serie di lampade a gasolio illuminava l’ambiente con una luce calda, un po’ cupa.

A mezz’aria galleggiava un grande banco di fumo, denso come una nebbia, nutrito dai sigari, dalle pipe e dalle sigarette degli avventori.

Sul tavolo aveva diversi dossier e fogli. Con una mano li prendeva e li leggeva con calma, avvicinandoli uno per uno al volto, con il suo piccolo naso aquilino. Nel frattempo, con fare studiato e pensoso, continuava a leggere attentamente e corrucciato un libro dal titolo: “Il Maestro e Margherita”.

Sulla costola appariva il nome dell’autore: Bulgakov. Ogni tanto proseguiva la lettura e i suoi occhi penetranti si socchiudevano con interesse. Quando arrivava a un passo particolarmente coinvolgente emetteva un “mmmh”. Era rapito.

Era ancora giorno. La giornata era stata particolarmente calda e il sudore seguitava a scendergli dalla testa calva, tranne che per due piccole isole di capelli corti e castani, sui lati della testa ovoidale.

Era un tipo piuttosto mingherlino, sulla quarantina, stranamente e innaturalmente abbronzato.

Eppure la sua uniforme austro-ungarica era impeccabile. Ogni filo, mostrina, medaglia ed elemento erano perfettamente in ordine. Avrebbe potuto passare tranquillamente una rivista, nonostante fosse una giornata ordinaria. Praticamente il prototipo del perfetto graduato asburgico, se non fosse per la mancanza dei classici baffoni fusi con la barba, allora tanto in voga.

Di fronte a lui, mentre passava ossessivamente tra documenti e libro, vedeva una coppia. Erano in viaggio. Si guardavano attorno con occhi fugaci e, ogni tanto, di nascosto, balenavano sguardi preoccupati. Kolschak capì immediatamente che erano in difficoltà e che avevano qualcosa da nascondere.

Ne studiò i lineamenti e i comportamenti. La signora stringeva continuamente le mani attorno alla coperta di lana grossa e colorata che aveva messo sopra le gambe.

L’uomo, con un vecchio vestito elegante ma liso, giocherellava nervosamente col cappello. Erano in viaggio.

Dove? Perché?

Kolschak alzò una banconota nell’aria con due dita e in pochi secondi il cameriere fu lì. Quasi fosse apparso dal nulla.

“Dimmi tutto quello che hai carpito su di loro questa sera”.

I due confabularono brevemente. Kolschak annuì senza alcuna espressione rilevante, ma senza togliere lo sguardo dall’uomo e dalla donna.

Kolschak finì la sua bevanda, sistemò i documenti nella cartelletta e il libro nella borsa, e si alzò, aggiustandosi l’uniforme con le mani. Fece i passi necessari e, senza alcun preavviso, si trovò seduto al tavolo con i due viandanti, che passarono dall’essere preoccupati all’essere terrorizzati. Sbiancarono.

E lui parlò ad alta voce, in un tedesco impeccabile, con uno spiccato accento viennese: “Dove andate di bello? Rovereto ormai non è più sotto il fuoco dell’artiglieria italiana. Si stanno ritirando. L’offensiva di primavera si sta dispiegando con grande successo. Saremo a Verona in pochi mesi”.

I due non seppero cosa rispondere: forse non capivano. Forse non potevano rispondere. In ogni caso lo guardavano senza proferire parola.

Lui sorrise e, con voce calda, appoggiò la mano sulla spalla dell’uomo: “Mi scusi, davvero non volevo importunarla. Credo che la lascerò stare. Anzi, le auguro un graditissimo viaggio”. Si girò verso la donna, sfoggiò una bocca aperta con denti scintillanti e disse con fare gioviale: “Sa che davvero apprezzo la sua coperta di lana. Può dirmi dove l’ha comprata? Il tessuto sembra davvero di qualità e vorrei comprarlo per mia moglie”.

“L’ho fatta io, con le mie mani”, rispose lei, senza tremare, ma rigida.

“Peccato”, rispose lui. “Speravo fosse prodotta a Dornbirn, o Lustenau, così da poterne comprare una a mia volta”.

Era la rappresentazione della sincerità e dell’ingenuità.

Lei si arrischiò con una battuta per stemperare: “La prossima volta che ci incontriamo gliene preparo una appositamente per lei”.

Lui la guardò, ri-sorrise e le rispose con fare socievole e confortante: “Glielo confermo: ci dovessimo rivedere, accadrà esattamente come dice lei”.

Nel frattempo diversi militari avevano smesso di parlare. Si muovevano solo lentamente le colonne di fumo fuoriuscite dalle sigarette e dai sigari dei vari commensali. Anche il fumo pareva muoversi più lentamente.

Kolschak si prese i revers della giacca da militare con le mani e disse semplicemente: “Signore, signora, non voglio disturbare più la vostra cortese chiacchierata. Ne approfitto per augurarvi buon viaggio”.

I due annuirono. Speranzosi.

Kolschak si avviò verso l’uscita. Mentre pagava sentì dietro di sé alcune voci: alcuni ufficiali stavano chiedendo i documenti alla coppia. Intanto lui estraeva metodicamente i soldi per pagare il conto alla cassa.

Guardando dritto di fronte a sé, nello specchio, la seguì senza voltarsi. Evidentemente qualcosa negli incartamenti non andava.

Per un secondo incrociò lo sguardo con il cameriere, che osservava corrucciato. Negli occhi di quest’ulimo: pentimento.

Un minuto dopo Kolschak era fuori, di fronte alla piazza prospiciente il Castello di Rovereto. Un po’ di aria fresca scendeva dalla Vallarsa a mitigare il caldo di quella giornata estiva. Eppure il sudore continuava a scorrere lungo il suo cranio pelato. Prese il berretto militare da sotto l’ascella e se lo mise in testa. Chiamò il suo giovane attendente, che aveva passato tutto il tempo fuori.

“Andiamo”, disse.

“Dove?” chiese il giovane.

“Sul Pasubio, luglio 1916. Se i documenti che ho letto sono esatti, il 10 luglio 1916 abbiamo un appuntamento con la storia”. Si fermò un secondo e riprese, più fra sé e sé che per l’altro: “O meglio, dobbiamo far saltare un appuntamento con la storia”.

Il giovane appuntato fece un cenno interrogativo, poi riabbassò lo sguardo. Pochi secondi dopo stava raggiungendo velocemente il suo cavallo. Gli chiese: “Posso almeno riempire la borraccia?”

Kolschak lo guardò brevemente, con una scintilla che gli attraversò gli occhi.

Non rispose.

Si girò e partì.

All’attendente non restò che correre verso il suo cavallo e partirgli dietro. “Ma come faremo? Non rischiamo di essere colpiti dall’artiglieria italiana?”

“Passeremo da dietro la montagna”, rispose lui.

Intanto cominciarono a risalire la strada del centro cittadino di Rovereto, semidistrutta dalle bombe e piena di calcinacci. Ovunque si vedevano travi annerite e muri crollati. Passarono davanti alla chiesa di San Marco. L’attendente si fece velocemente il gesto della croce, mentre ondeggiava per favorire il trotto del cavallo. Kolschak no: avanzava rimanendo fisso con lo sguardo sul grande Leone di San Marco posto in cima alla facciata. L’attendente non se ne accorse, ma lui sputò sui gradini della chiesa.

Pochi minuti dopo i due stavano cominciando a risalire la montagna.

Il castello di Rovereto, con le sue imponenti mura sulla destra, cominciava a rimanere alle spalle.

La strada, meravigliosa, risaliva progressiva e decisa.

In poco tempo dall’atmosfera cittadina erano passati a un contesto vallivo decisamente più aperto. Il castello era ormai lontano e più in basso. Di fronte, un paesino semidistrutto. Tutto intorno, terrazzamenti in stato di semiabbandono.

Se non fosse stato per tale devastazione, le foreste bruciate, le teleferiche che ovunque portavano dalla Valle di Terragnolo fin sopra al Pasubio, sarebbe stato un luogo persino bello da vedere e dove fermarsi.

Passarono da un paesino di nome Noriglio e lì, invece che continuare a salire, presero e scesero lungo un’altra strada che li portò sino al greto di un torrente. Ovunque si vedevano baraccamenti. Il torrente scorreva impetuoso, ma l’acqua era nera e inquinata. Il bianco delle pietre sul greto la faceva risaltare ancora di più.

Ci avevano fatto poco caso fino ad allora, ma il tuono delle artiglierie continuava a rimbombare lungo le valli.

Tutto era naturale intorno a loro e niente lo era.

Attraversarono il torrente in un punto in cui l’acqua era bassa. Sulla riva numerosi feriti sostavano immobili, in attesa. Alcuni erano morti. Alcuni stavano morendo. Alcuni si limitavano a esistere.

L’immagine è generata con l’AI e non è storicamente accurata

L’attendente scese da cavallo per prendere dell’acqua, ma un sottufficiale gli fece cenno di non farlo. Gli indicò l’acqua nera: si sarebbe avvelenato da solo. E gli lanciò una borraccia piena con un sorriso corrucciato, semplice e sincero.

“Non berla. Tutto il male che avviene lassù si sversa poi sin qui.” Poi proseguì: “Come ti chiami?”

“Pavel”, rispose questi. “Pavel Palach. Grazie per quest’acqua.”

“Ne avrai bisogno”, rispose l’altro. “E prega per noi, affinché tutto questo abbia presto una fine. Ormai abbiamo preso tutto il Pasubio. Ma gli italiani combattono, combattono, combattono. Non vogliono saperne di perdere, maledetti testardi. Li stiamo ammazzando a migliaia. Pazzi.”

Pavel annuì. Risalì sul cavallo e alzò la mano in segno di saluto. Al saluto non rispose solo l’ufficiale austro-ungarico, ma tutti i feriti sul greto del torrente. Fra loro, molti invece rimasero immobili. Nessun braccio si alzò. Ed erano tanti.

Quella sarebbe stata un’immagine impressa nella memoria di Pavel per tutta la sua vita.

Diede un colpo coi talloni sul fianco e il cavallo partì al galoppo.

Kolschak intanto non s’era fermato.

Imboccarono una strada militare da cui continuamente scendevano e salivano soldati vivi, feriti e morti, materiali, munizioni, animali, asini, viveri, legname: tutto. Come vene e arterie della montagna, corpuscoli di qualsiasi cosa scendevano lungo il grande dorso di quella catena montuosa. Un sovraffollamento innaturale per una stradina militare di montagna, pur piccola.

Intanto la salita si era rifatta impegnativa, sostenuta e regolare. Sia Kolschak sia Pavel dovettero scendere dai cavalli e portarli alla corda. Dopo diverse ore passarono attraverso un altro paese semidistrutto. Su un cartello c’era scritto “Pozza”. Da lì intravidero parte della montagna sotto controllo italiano.

“Il Monte Zugna”, disse Pavel.

“Dobbiamo sbrigarci”, disse Kolschak. “Non voglio certamente morire ammazzato qui, per uno stupido colpo tirato a caso da questi stupidi italiani.”

Proseguirono la loro strada. Passarono attraverso un altro paese, più riparato: sull’insegna della tavernetta, popolata da altri soldati, c’era scritto “Boccaldo”. Fuori da una porticina c’era una signora anziana. Evidentemente si occupava delle faccende riguardanti la guarnigione del paese. Aveva uno sguardo bonario. Kolschak la guardò, le chiese qualcosa in tedesco e questa rispose sorprendentemente in italiano.

Era del luogo.

Kolschak passò senza esitazione all’italiano. Parlarono velocemente e, nel giro di pochi minuti, si trovarono con i cavalli legati e un caffè fumante fra le mani, insieme a del pane e della carne essiccata. La donna non era stata obbligata a fare quel dono: evidentemente era semplicemente molto gentile.

L’immagine è generata con l’AI e non è storicamente accurata

Pavel addentò il pane in modo vorace. Kolschak no.

Le chiese in modo diretto: “Dove possiamo dormire per la notte?”

La signora si fermò, ci pensò e disse: “A mezz’ora di cammino da qui ci sono le suore, su al Pian del Levro. La chiesa è abbandonata perché sotto tiro, ma non si sa come sono ancora lì. La fede le protegge. Fanno le infermiere e non negano riposo e riparo per la notte a nessuno.”

Fecero quindi ancora un pezzo di strada.

Videro la casa e la chiesa, ma scartarono intuitivamente verso il vallone riparato sulla sinistra, più protetto.

E le trovarono.

Assistevano i feriti e aiutavano le persone che salivano e scendevano dal Pasubio. Attorno a una piccola croce si era costruito un piccolo paesino di baraccamenti e di posti per la cura.

Kolschak scese da cavallo e si diresse verso la capanna principale, anche sede dell’infermeria, bussò ed entrò.

Quella sera, poche ore dopo, erano seduti al tavolo a mangiare con le suore.

I dialoghi erano sommessi. Diversi soldati mangiavano seduti. Dietro una porta, ogni tanto una delle suore entrava con delle pentole di cibo, ma dentro era praticamente buio e nessuno, tranne loro, sembrava avere accesso.

La cosa scatenò immediatamente la curiosità di Kolschak.

Non fu la porta in sé, né il buio. Fu la regolarità: quel via vai misurato, quasi rituale, e il modo in cui, ogni volta che la suora spariva oltre la soglia, le altre abbassavano la voce di un tono. Come se quell’ombra inghiottisse non solo il cibo, ma anche le domande.

Kolschak continuò a masticare lentamente, senza fretta, lasciando che lo sguardo gli scivolasse sul tavolo e poi tornasse, con apparente distrazione, a posarsi sulla porta. Aveva imparato da tempo che i segreti non si difendono con le serrature: si difendono con i gesti.

“Quella stanza,” disse infine, con fare distratto e con voce gentile, quasi amichevole, rivolgendosi alla suora più vicina, “è l’infermeria?” Usò il cucchiaio come indicatore, chiedendo alle due suore sedute di fronte a lui.

La suora esitò. Un istante soltanto, ma sufficiente. Poi annuì.

“Avete molti gravi lì dentro,” aggiunse lui, e non era una domanda.

“Quelli che non possono essere spostati,” rispose lei.

Kolschak sorrise appena. “Capisco. E immagino che, nel buio, sia più facile riposare.”

La suora fece un altro cenno, più rigido. Aveva capito di essere entrata in una frase che non aveva scelto.

Lui lasciò scendere un silenzio breve, misurato. Poi appoggiò la posata e aggiunse, con il suo sorriso squisito, senza cambiare tono:

“Solo… devo evitare che qualcun altro, meno educato di me, faccia domande peggiori. Per questo mi serve una cosa semplice: da dove vengono?”

La suora più giovane delle due abbassò gli occhi.

L’altra suora, di mezza età, rispose a bassa voce, con accento bavarese: “Lì dentro ci sono i feriti prigionieri italiani. Non li ammazzano tutti man mano che avanziamo. E quelli troppo feriti li portano qui. È uno scandalo. Non abbiamo di che curarli, non sappiamo cosa farne. Non dico che dovrebbero ammazzarli tutti. Ma fra i nostri ce ne sono centinaia che muoiono come mosche. Molti fra loro potremmo salvarli. E invece noi qui a curarli e a dargli da mangiare. Quegli animali.”

La suora giovane divenne paonazza e tirò una forte gomitata sulla costola dell’altra suora. Nei suoi occhi lo sdegno. Nella mano, stretta forte, la croce che le pendeva dal collo.

La suora di mezza età la guardò a sua volta. “Mica possiamo salvare tutti qui. Sono anime. Se muoiono andranno dal Creatore anche loro. Dio saprà distinguere i suoi. Noi non possiamo fare tutto. Il cibo non è tanto, i feriti scendono a fiumi da questa montagna maledetta.”

Kolschak, nel frattempo, rimaneva fermo e masticava lentamente, per nulla turbato. Anzi, si girò e, mentre passava un’altra pentola, non esitò a riempire di nuovo il piatto, ascoltando interessato il dialogo svilupparsi.

“Sono creature di Dio”, disse l’una.

“Sono sporchi italiani”, disse l’altra. “Vengono dall’Italia”, proseguì in modo sprezzante, lanciando il cucchiaio nel piatto con frustrazione.

I toni si alzavano, rapidi e taglienti, fra le due donne, senza che il resto della sala se ne accorgesse veramente.

A un certo punto, in un momento non chiaramente comprensibile, due mani si appoggiarono in modo delicato e fermo sulle spalle di entrambe le suore. Era la superiora.

“Come tutti anche loro vengono dalla guerra; che vengano dall’Italia o dall’Austria Ungheria poco importa”. Poi guardò le suore, in particolare quella di mezza età.

E disse, a voce abbastanza alta che pure Pavel si girò ad ascoltare, insieme alle suore e a Kolschak:

“Quand’io parlassi le lingue degli uomini, e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo suonante, o un cembalo squillante. E quando avessi la profezia, e intendessi tutti i misterj, e tutto lo scibile… se non ho la carità, sono un niente. E quando distribuissi… tutte le mie facoltà… se non ho la carità nulla mi giova.”

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E a quel punto si vide che entrambe le suore, come liberate da un non so che cosa, ripresero a respirare regolarmente.

La priora, dopo aver serbato un dolce sorriso all’una e all’altra suora, insieme a una carezza, si girò verso Kolschak.

I due si guardarono per giusto una frazione di secondo. Lo sguardo di lui era fisso. Quello di lei era come un’eruzione di vulcano su un’isola circondata da tempesta.

Nessuno se ne accorse, ma fra tutte le battaglie combattute sul Pasubio, quella fu forse la più violenta.

Passata quella frazione di secondo, impercettibile e non compresa dal resto delle persone che nella sala continuavano a mangiare regolarmente, fu Kolschak a cambiare completamente discorso, con una nonchalance naturale e incurante:

“Domani dobbiamo arrivare a Malga Zocchi. Che strada ci consigliate?”

La priora strinse di nuovo con le mani le spalle delle due consorelle, in modo fraterno e solido. Gli rispose in modo gentile e preciso: “Domani mattina le darò tutte le indicazioni del caso.”

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1. Il cielo seminato di stelle